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ciambellone speziato con cachi e noci

chi mi segue su facebook è già a conoscenza del mio amore per il libro di Bryant Terry, Afro-vegan. Per festeggiare il compleanno, a luglio, preparai una cena spaziale con diverse portate, inclusa una torta cioccolato e zenzero che ancora me la sogno.

Qualche mese dopo, è l’ora di mettere in forno la meravigliosa torta di cachi che mi ha fatto salivare per tutte queste settimane senza poterla provare. Ah, i cachi: una degli alimenti più capaci di polarizzare i gusti che io conosca (dopo la Marmite, che su questo ha fondato la sua campagna pubblicitaria!). O li si ama alla follia (eccomi, sono quella che se ne mangia almeno due prima di fare colazione), o li si odia, forse per quella loro particolare consistenza. Non possono esserci altre ragioni: sanno di paradiso!

Beh, anche voi che il caco crudo (così elegante da mangiare, poi) proprio no, ecco, ricredetevi e fate la torta. Primo, il caco non si sente. Secondo, è una delle cose più buone che io abbia mai mangiato. Terzo, se non lo fate ora vi ritroverete a piangere per i prossimi mesi, in ginocchio sui ceci a chiedervi “perché non l’ho provata?”.

Io l’ho preparata giovedì, l’ho glassata, ne ho mangiata qualche fetta tra merenda e colazione e me la sono portata a Brescia, dove, fetta dopo fetta, l’ho distribuita a tutti quelli che andavo a trovare, dai nonni agli amici. Dono graditissimo! Sa quasi di pan dei morti: con cannella, noce moscata e chiodi di garofano.

Parentesi glassa: il mio nuovo autore preferito abbonda di zucchero. Di zucchero a velo non ne avevo, quindi ho frullato dello zucchero di canna chiaro, ma è rimasto granuloso. Io ho mantenuto le dosi originali per vedere dove andava a parare: buona, molto, ma la prossima volta tolgo 1/2 tazza di zucchero dalla torta e 1 tazza di zucchero dalla glassa. Voi andate a sentimento.

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COSA SERVE:

per la torta:

  • 1 tazza di olio di cocco, + altro per ungere lo stampo (se si è solidificato, mettetelo a bagnomaria per farlo tornare liquido) oppure olio di semi di girasole
  • 3 tazze di farina integrale (mi sovviene or ora che forse ne ho messe solo 2… ups! ma era mega soffice forse proprio per questo!)
  • 2 cucchiaini di cremor tartaro
  • 2 cucchiaini di bicarbonato di sodio
  • 1 cucchiaino di sale fino
  • 2 cucchiaini di cannella in polvere
  • 1/2 cucchiaino di noce moscata in polvere
  • 1/2 cucchiaino di chiodi di garofano in polvere
  • 2 cucchiai di semi di lino polverizzati
  • 6 cucchiai di acqua
  • 2 tazze di zucchero mascobado o panela (troppe, a mio avviso!)
  • 2 tazze di purea di cachi (da 3 a 5 cachi – quelli molli, non quelli mela)
  • 2 cucchiai di aceto di mele
  • 2 tazze di noci tostate e pelate*

per la glassa (facoltativa):

  • 2 tazze di zucchero a velo
  • 2 cucchiai di spremuta di limone
  • 2 cucchiai di spremuta di arancia
  • 1 cucchiaino di scorza di limone grattugiata finemente

COME SI FA:

*preparare per prima cosa le noci: mettetele in forno a 180° su una teglia rivestita di carta da forno per 8 minuti, girandole a metà del tempo. Trasferitele in uno scolapasta e schiacciatele con la mano su e giù (senza scottarvi) in modo da far cadere tutte le pellicine dai fori dello scolapasta. Tritate grossolanamente e mettete da parte.

Per la torta: in una terrina capiente mescolate accuratamente la farina, le spezie, il lievito, il sale e il bicarbonato.

In un frullatore riunite i semi di lino e l’acqua e frullate per 30 secondi; aggiungete lo zucchero e l’olio e proseguite per 3 minuti a velocità media; infine unite i cachi e l’aceto e frullate per altri 3 minuti. Nel frattempo ungete uno stampo da ciambella (lui usa uno stampo tipo questo: io ovviamente non ce l’ho, anzi, se volete regalarmelo accetto di cuore ;D) con poco olio di cocco.

Versate immediatamente nella terrina e mescolate con cura. Aggiungete le noci e travasate nello stampo. Cuocete a 180° per 45 minuti, facendo poi la prova con lo stuzzicadenti (se esce asciutto è pronta). Fate riposare per 15 minuti prima di toglierla dallo stampo.

Per la glassa: mescolate tutti gli ingredienti in una ciotola. Versate a cucchiaiate sulla torta fredda, e aspettate 15 minuti che si solidifichi.

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dolci, incontri, raw, ricette, senza glutine

carrubini pipettini

traduciamo: piccoli tartufini raw (crudisti) preparati per la superlativa La pipette noir che è l’associazione culturale fondatrice della fanzinoteca (immaginate una biblioteca di fanzine autoprodotte, in uno spazietto piccolo ma delizioso, a Lambrate. ecco. andate e innamoratevi). Se dovessi scegliere una sola donna a modello di vita direi senza dubbio Valeria – creativa, intelligente, bellissima, instancabile, entusiasta, acuta, dolce, altruista come pochi. Sono così contenta di averla conosciuta! Vai pipettina alla carruba, siamo tutte qui per te!

Questa ricetta è amore allo stato puro: banane-cocco-carruba è la nuova trinità dopo porri-olive-semi di coriandolo e il guscio esterno è formato da un rivestimento di “cioccolato” fatto di olio di cocco e carruba in polvere che rasenta la perfezione della chimica! L’idea non è mia ma è stata presa e poi modificata da un blog inglese che non riesco a ritrovare. Se lo conoscete, scrivetemelo che metto il link!

Stavolta non vi scrivo la ricetta, ma ve la fotografo, visto che è presente sul mini ricettario-diario di viaggio che ho preparato per Liber a Macao. Su questa micro fanzine intitolata “Impressioni di settembre” sono presenti tutte le ricette (di stagione e quasi tutte senza glutine!) che ho cucinato il 27 e 28 settembre più annessi e connessi di liberi pensieri: la copertina è un pentolino stampato a mano. Me ne è rimasta qualche copia: se la volete scrivetemi e con un contributo minimo (5 soldi) vi arriva direttamente nella casella della posta.

Seguono foto: in ordine, i tartufini con pinta di frullato di cachi per colazione, la ricetta degli stessi, il menu di Liber (tutto contenuto nel libello, che riporta anche le ricette di: torte salate, torta di mele di nonna papera, crostata all’olio, torta di carote, budino al cioccolato e tartufini) e la mia stanchezza.

Buone giornate di vento, godiamoci il primo profumo di inverno 🙂

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menu liber

(nota: a volte uso una tazza di cocco in polvere, a volte due: dipende dalle banane. In caso evitate di aggiungere acqua! Conservateli in frigorifero)

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pretesto per un pesto

come promesso, sono già tornata per raccontarvi quello che giace sul mio desktop. Possiamo dividere la ricetta in due: il pretesto e il pesto. Il pretesto è un qualcosa che può esserci – ma anche no -, un qualcosa su cui spalmare il pesto; che è la parte fenomenale di questa ricetta. Va detto comunque che il pretesto non è una crosta di pizza secca e bruciacchiata, né la suola della ciabatta che ha raccolto tutte le briciole della cucina quando tagli il pane. No, il pretesto è il miglio cotto con la zucca, i porri e i piselli, una cosa che potrebbe benissimo camminare e girare il mondo sulle sue gambine forti, che non ha bisogno del supporto un po’ radical chic del pesto in questione. Capita però che una inizi a cucinare con in mente un ingrediente solo, inciso nella fronte con quel suo guscetto bivalve. No, non sono lo cozze, sì, sono i pistacchi. Dai e ridai, la pistacchia in questione si rende conto che guarda caso sono tutti ingredienti e colori che stanno benissimo con l’amico pistacchio, eh, ma guarda te, verrebbe quasi da fare un pesto per accompagnare il miglio eh, no no ma non l’ha assolutamente programmato, è solo che le sembra un peccato non provarci.

Abbandonando ogni forma di pudore, si mette a sgusciare compulsivamente pistacchi per frullarli con olio evo bio toscano portato dal figliol prodigo che ha curato gli ulivi tutta estate (grazie bimbo del cuore), succo d’arancia e miso bianco. Boom.

Da ora in avanti non servirà più alcun pretesto per questo pesto. Parola di pistacchia.

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COSA SERVE:

per il pretesto (per 2/3):

  • 1 tazza di miglio
  • 1 tazza e mezza di zucca pulita e tagliata a cubetti di 1 cm per 1 cm (circa 1/2 piccola zucca)
  • 1 tazza di piselli
  • 1 porro
  • 5 foglie di alloro
  • 4 tazze di acqua
  • un pezzo di zenzero fresco grande come una noce
  • olio extravergine di oliva
  • tamari senza glutine

per il pesto:

  • 50 g di pistacchi
  • 50 g di olio extravergine d’oliva buono
  • 50 g di spremuta d’arancia (fresca eh, mica quella in cartone)
  • uno spicchio d’aglio
  • un cucchiaino colmo di pasta di miso bianco (controllare la presenza di glutine)

COME SI FA:

Tagliate il porro a rondelle fini (o, meglio ancora, a striscioline seguendo le nervature) e tritate lo zenzero. Scaldate un giro d’olio in un tegame capiente, aggiungete il porro e lo zenzero e proseguite a fuoco alto, per dorare il porro. Unite la zucca e l’alloro, rosolate un paio di minuti, e infine il miglio, e tostatelo brevemente. Versate le 4 tazze scarse di acqua, unite un goccio di tamari e coprite con un coperchio di misura. Fate cuocere dieci minuti a fuoco basso, poi aggiungete la tazza di piselli (surgelati) e coprite nuovamente. Dopo altri 15 minuti spegnete il fuoco, e fate riposare, coperto, altri 5. Quindi, ricapitolando: 10+15+5 è passata mezz’ora.

In questi trenta minuti voi avrete preparato il pesto: sgusciate i pistacchi fino a raggiungere 50 g di peso (gli altri potete mangiarli tutti e giustificarli come parte della ricetta), frullateli da soli per polverizzarli. Aggiungete poi l’aglio tritato o schiacciato con lo spremiaglio, l’olio, il succo d’arancia e il miso e frullate bene fino a ottenere una pasta liscia. Fate estrema attenzione alla lingua sulle lame del robot: non è affar mio se ve la tagliate (anche se so che lo farete).

Quindi, abbiam finito? sì, il miglio è cotto, assaggiate se va bene di sale ed eventualmente aggiungete un altro goccio di tamari o di salsa di soia, servitelo con una cucchiaiata di pesto e, se non li avete mangiati tutti, qualche pistacchio tritato.

Il fatto che il miglio passerà completamente inosservato rispetto al pesto è parte dei piani, non vi demoralizzate.

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melanzane in ritardo quasi alla sudanese

ma ciao! Ci sono – hai visto? Ho deciso che forse ce la posso fare.

Cos’è successo in questo mese e mezzo? Ho dato un esame all’università, ho superato il test d’ingresso per biologia applicata alla nutrizione (yes, tra due anni sarò la vostra nutrizionista, e nel frattempo vedrete come cambierà il mio approccio al cibo – sono molto curiosa io stessa in primis), ho preparato quattro nuovi microricettari, sono stata a fare mercatini/lezioni di cucina/workshop a Portico di Romagna (FC), a Mestre (VE), a Palanzo (CO) e ho cucinato a Liber presso Macao, a Milano. Ho avuto la sveglia puntata fissa alle sei anche nei fine settimana, ho preso il primo virus della stagione con conseguente febbrona e abnorme produzione di muco, ho iniziato ad addormentarmi ovunque – e non riesco più a vedere un film senza preferire morfeo dopo circa un’ora di proiezione.

Ieri, però, ho dormito DODICI ore e sono stata all’inaugurazione della Fanzinoteca, a Milano: coccole per lo spirito. Oggi sono pronta ad affrontare la memoria della macchina fotografica, stipata di foto di ricette che chi se le ricorda più?

Inizio con una specie di insalata di melanzane. Lo so che siamo a ottobre ben più che inoltrato, ma magari qualcuno le ha ancora in frigo. Se non le avete però, non compratele: la prossima ricetta in arrivo è con la zucca. Ben più a tema.

La ricetta è riadattata da L’africa nel piatto di Piersandro Pallavicini, uno delle decine di libri di cucina che possiedo: questo non è vegan, ovviamente, ma è bello. Racconta le storie di chi ha condiviso le ricette con l’autore, spiega l’origine e l’uso di alcuni dei più comuni ingredienti presenti nelle ricette africane, e tratta tutto con un piglio divertente. Nella ricetta originale le melanzane erano sbucciate e fritte: ottime, giuro, ma avevo bisogno di maggiore leggerezza, quindi le ho grigliate. Vado con la ricetta!

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COSA SERVE (per 2):

  • 2 melanzane lunghe e strette, o 1 grande e grossa
  • 3 cucchiai di burro d’arachidi
  • 3 cucchiai di succo di limone
  • 2 spicchi d’aglio tritato
  • 2 cucchiai di prezzemolo tritato
  • un bicchiere d’acqua
  • sale, pepe nero macinato fresco
  • a piacere: un bicchiere di riso integrale

COME SI FA:

Tagliate le melanzane a fettine sottili, cospargetele di sale fino e fatele riposare venti minuti. Nel frattempo potete cuocere il riso: in un pentolino mettete un bicchiere di riso, due bicchieri di acqua e un pizzico di sale. Portate a bollore e, dal momento in cui bolle, coprite e abbassate la fiamma al minimo. Cuocete per 35/40 minuti, senza mai scoprire. Stesso procedimento e stessa acqua per il riso non integrale, ci mette però 20 minuti anziché 40.

Grigliate le melanzane sciacquate dal sale su una griglia ben calda. Copritele con un coperchio tra un lato e l’altro: rimarranno morbide. In una padella antiaderente mescolate con un cucchiaio di legno il burro d’arachidi con l’aglio tritato e il succo di limone, quando avrete ottenuto una specie di crema liscia aggiungete, poca alla volta, l’acqua. Portate a bollore su fiamma leggera, aggiungete quindi le melanzane grigliate e mescolate per rivestirle di crema. Cuocete per 5 minuti mescolando. Terminate regolando di sale, pepe e prezzemolo e servite con riso (o pane).

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tagliatelle fatte in casa con ragù di lenticchie

pronti per Natale? ahah! Scherzo ovviamente, ma fino a un certo punto. Questo ragù ha ormai soppiantato nella mia cucina quello di seitan o di soia (alimenti che cerco di evitare, in favore di legumi e verdure, dopo anni in cui li ho usati spesso e volentieri a sproposito in cerca di una sostituzione facile e immediata della “carne”. oh, siamo umani), e il momento boom della sua preparazione è chiaramente in inverno. Le lenticchie sono perfette per questo scopo, unica accortezza: usatele crude, così possono insaporirsi ben bene e, assorbendo il sugo, diventano una autentica delizia. Cercatele piccole e locali o, almeno, italiane: spesso al supermercato si trovano canadesi. Non avremo mica fatto tutto questo percorso per poi comprare verdura di serra e legumi oltreoceano! Dico bene? 🙂

La pasta fresca: ogni tanto la faccio per preparare i ravioli o le lasagne, ma mai e poi mai avevo fatto le tagliatelle. Detto per inciso, non avevo nemmeno mai tirato la pasta senza la macchina a manovella: ma questa riposava in cantina, e ho pensato (bene) che ci avrei messo molto meno tempo così. Fidatevi, è talmente veloce che sto pensando di farla mooolto più spesso. Bastano 10 minuti più il riposo!

Quindi: un piatto regale a partire da un poco di semola, un po’ di lenticchie secche, gli odori e il pomodoro. Spesa: sostanzialmente nulla. Resa: a voi il giudizio.

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COSA SERVE (per 2):

  • 200 g di semola di grano duro (bio)
  • 100 ml di acqua
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 1/2 cucchiaino di curcuma per il colore

RAGU’ (con questa dose vengono 3 porzioni abbondanti. generalmente ne mangiamo 2 e una la surgeliamo per i tempi bui):

  • 100 g di lenticchie (se avete tempo lasciatele in ammollo in acqua fredda per un’ora)
  • 1 carota, 1 gambo di sedano, 1/2 cipolla
  • salvia, cannella, noce moscata, chiodi di garofano (ok anche rosmarino e alloro, che non avevo ma uso sempre)
  • olio extravergine di oliva
  • 1/2 bicchiere di vino rosso (o bianco)
  • 450 ml di pomodoro triturato (polpa)
  • 300 ml di acqua
  • 300 ml di latte vegetale (io ho usato latte di riso)
  • sale e zucchero di canna

COME SI FA:

Preparate la pasta mescolando la semola con il sale e la curcuma e aggiungete l’acqua. Formate una palla morbida e mettetela a riposare in frigorifero, chiusa ermeticamente in un contenitore di plastica, per un’ora (il tempo del ragù).

Tritate finemente carota, sedano e cipolla e rosolateli con un filo di olio in una pentola (meglio se di coccio, ma in tal caso la cottura sarà più lunga). Aggiungete le lenticchie e gli aromi (3 foglie di salvia, una punta di cucchiaino per ciascuna spezia in polvere), mescolate finché i legumi non sono ben tostati (5 minuti) e a questo punto versate il vino. Fatelo evaporare completamente prima di aggiungere il pomodoro, l’acqua e metà del latte. Unite il sale, un pizzico di zucchero e coprite. Mescolando saltuariamente, fate cuocere 50 minuti. Quando le lenticchie saranno cotte (e il sugo di conseguenza rappreso) aggiungete il latte restante, fate restringere ancora un poco e infine frullate sommariamente con il minipimer (non dovete ottenere una vellutata ma rompere un po’ le lenticchie a dare l’effetto ragù). Regolate secondo i vostri gusti la densità e il sale.

Riprendete la pasta, stendetela sottile con il mattarello su di un piano infarinato o insemolato. Infarinatela e arrotolatela su sé stessa e tagliatela in dischi di uguale spessore. Immediatamente aprite ogni rotellina e, eventualmente, componete i nidi.

Cuocete la pasta in acqua salata per due/tre minuti, scolatela, conditela con abbondante ragù, un filo d’olio a crudo e una spolverata di lievito alimentare.

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crema di avocado alla vaniglia

di nuovo a casa! Sul davanzale della finestra crescono forti i farinelli che il vento ha portato fino a qui e sul tavolo ci sono i fiori di finocchio. Li prendo come un bentornate.

Girovagando un po’ ovunque, in questo agosto per la prima volta insieme dopo anni, abbiamo camminato in Alto Adige in tante valli diverse, poi sugli Appennini, a Bologna, a Firenze, infine al mare in Versilia per concludere la vacanza nuotando e saltando le onde. Siamo state ospiti di tanti amici, passando da un divano a un materasso, dalle notti gelide alle notti gelide (ah ah!), dai suoni delle dolomiti alle zanzare, dall’indigestione di funghi all’indigestione di pizza.

Minimo comune denominatore: mangiare e preparare da mangiare.

Per la prima categoria, ho scoperto (e riscoperto) dei posti validissimi dove si può mangiar vegan e bene. In ordine di apparizione: Pretzhof (vegan su prenotazione) in Val di Vizze; Stuzzicheria Romagnola a Cervia; Limonaia Villa Strozzi a Firenze; Nuova Viareggio, Adone, Nilo’s (brioche vegan TOTALI) a Viareggio. Per i gelati: Puro e bio a Cervia, Galliera 49 (ex Stefino) a Bologna e De’ Coltelli a Pisa.

Per la seconda categoria, abbiamo mangiato funghi in ogni modo (sull’altare la vellutata di porcini all’achillea e i porcini con doppia panatura di mais), molti panini (sempre caro mi fu l’avocado, santo patrono delle escursioni di 20 km) e qualche abbuffata, come un improvvisato cenone natalizio con 35 portate e altrettanti tipi di birra, il 20 di agosto.

E visto che ho incensato l’avocado non più di due righe fa, che i limoni sotto sale avete avuto un mese per farli e strafarli, ecco che vi beccate il mio tormento estivo. Fossi partita con la giara di limoni sono sicura che avrei mangiato questa crema ogni santissimo giorno. Fortunatamente ho dovuto aspettare il ritorno a casa per ripeterla…

C’è la vaniglia, è vero, ma non è una crema dolce. La presenza abbastanza arrogante del limone salato e della cipolla la rendono una creatura da aperitivo. Fidatevi.

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(la ciotolina bla bla bla bla bla mi sembra adatta alla mia loquacità odierna)

COSA SERVE:

  • 1 avocado maturo e che non provenga da Israele
  • 1 spicchio di limone biologico sotto sale
  • 1 fetta sottile di cipolla rossa
  • 1 punta di cucchiaio di semi di vaniglia
  • semi di sesamo nero a piacere

COME SI FA:

Sciacquate il limone sotto acqua corrente e tagliatelo a pezzi. Nel frullatore riunite la polpa dell’avocado, il limone, la cipolla a pezzi, i semi di vaniglia. Frullate. Unite i semi di sesamo nero per l’effetto kiwi e servite.

PS noi ce lo siamo portato al fiume in un contenitore ermetico. In un altro contenitore ho messo delle zucchine grigliate e della lattuga. In pizzeria abbiamo comprato una focaccia semplice, sottile e calda con un filo di olio e al fiume l’abbiamo guarnita come fosse una pizza verde. Spesa: minima. Resa: massima.

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limoni sotto sale

dai muffin salati ne è passata di acqua sotto i ponti (e sulle nostre teste)! Siamo state a Londra una settimana, a Tera Salvaria, sono andata in val Trebbia a cucinare, ho fatto un tot di bagni al fiume, ho nuotato molto e dimenticato il blog.

Ieri sera ho cucinato qualcosa di spettacolare e semplicissimo: sto per postarvi la ricetta, ma prima dovete sapere dei limoni confit, o limoni sotto sale che dir si voglia! Sono una tradizione che dura da anni in casa nostra, quando troviamo dei bei limoni biologici e non trattati finiscono prima nel vaso di vetro e poi in tanti piatti delicati. Questi ci sono stati donati a pasqua da una nostra cara amica viareggina: l’albero di casa sua era ricchissimo e ci siamo abbuffate di agrumi come se non ci fosse un domani, durante la mini vacanzina pasquale.

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COSA SERVE:

1 kg di limoni + il succo di 1 kg di limoni

130 g di sale grosso integrale oppure rosa dell’himalaya

4 foglie di alloro

1 cucchiaino di pepe nero in grani

un grosso vaso di vetro con coperchio

COME SI FA:

Lavate e spazzolate i limoni. Tagliateli come se voleste farne quattro spicchi ma non arrivate fino in fondo. Riempite ogni limone con un cucchiaio di sale e qualche grano di pepe, metteteli in un vasi di vetro intervallati dalle foglie di alloro e premete con forza. Chiudete e lasciate riposare 4 giorni al buio, senza mai aprire il vaso.

Premete ancora una volta i limoni nel vaso, copriteli completamente con il succo di limoni e immergeteli usando l’apposito pressello salvagusto (in questo modo saranno sempre sommersi). Chiudete ermeticamente e fate riposare almeno un mese al buio completo. Più vengono macerati, più saranno buoni. In alternativa al succo di limone, potete usare acqua non clorata. In questo caso, lasciate una pentola di acqua del rubinetto a prendere aria per una notte, in modo da far evaporare tutto il cloro presente.

Una volta aperto, conservare in frigorifero e consumare entro due mesi.

Usatene uno spicchio alla volta per insaporire salse, risotti, creme di verdura, paté, dolci particolari, insalate, vinaigrette…

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muffin salati al curry e pomodorini

questa estate al ribasso (di temperatura) mi piace troppo! Non amo il caldo, essendo una che si scioglie in laghi di sudore anche a 15° – e che deve studiare, attività non facilmente conciliabile con solleone e voglia di prendere la bici e andare a fare un bagno nel fiume. Ma il fiume è in piena, fuori il temporale impazza e io accendo radio3 e mi godo i pantaloni caldi della tuta.

Prosegue lo smaltimento farine/dispensa: come ogni anno, dopotutto non voglio far sfarfallare del cibo in casa (quando ero più giovine e inesperta ho combinato dei veri e propri disastri).

Avevo provato a fare dei muffin salati solo qualche anno fa, con della farina di mais: risultato opinabile. Da lì, il silenzio.

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COSA SERVE (per 12 muffin):

  • circa 300 g di farina (ho usato un mix di farine da finire)
  • circa 50 g di semola di grano duro
  • 50 g di amido di mais (l’avevo da finire)
  • 2 cucchiaini di sale
  • 1 cucchiaino di zucchero di canna
  • 1 cucchiaino di curry forte
  • 2 cucchiaini di cremor tartaro
  • 1/2 cucchiaino di bicarbonato
  • 400 g di latte di soia
  • circa 110 g di olio ( 70 g di girasole e 40 g evo), ma potete scendere a 100
  • un goccio d’aceto di mele
  • 24 pomodorini
  • 1 fetta di cipolla

COME SI FA:

Preparate la teglia da muffin ri-vestita 🙂 con i vostri pirottini preferiti. Scaldate il forno a 180°.

Tagliate la cipolla a cubetti e saltatela con un goccio d’olio (ma proprio poco!) e un pizzico di sale finché non è dorata. Dei 24 pomodorini, 12 vi serviranno interi per decorare i muffin (se volete tenete anche il picciolo!), mentre 12 vanno tagliati in 8 e privati dei semi. Mettete i pezzetti di pomodoro in un colino con un pizzico di sale e fate perdere l’acqua per trenta minuti.

In una grande terrina riunite la farina, l’amido di mais, la semola, il cremor tartaro, il bicarbonato, il sale, lo zucchero e il curry, e mescolate. In un misurino riunite il latte con un goccio d’aceto, poi gli oli e sbatteteli con una frusta o il minipimer per amalgamarli. Versate il liquido nelle farine fino a ottenere una crema liscia, aggiungete la cipolla e il pomodoro a pezzetti, amalgamate e dividete il composto nei 12 pirottini. Mettete un pomodorino al centro di ogni muffin, premendolo leggermente. Infornate per 30 minuti circa, fate la prova stecchino per capire se è cotto.

Servite con dell’hummus… non ve ne pentirete! Li trovo molto scenografici e perfetti per un buffet. Unica accortezza: da caldi si staccano a fatica dal pirottino, mentre da freddi non ci sono problemi. Avete delle ricette collaudate di muffin salati da provare? Ormai sono lanciata!

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verdure al cartoccio con cous cous alla cannella

sarò breve: questa ricetta non doveva nemmeno esistere. MA – e capita con le cose piccole e semplici, non con le grandi opere progettate per mesi – la trovo perfetta. Non mi succede praticamente mai, di dire “squisito!” mentre mangio qualcosa di mio (sono ipercritica), quindi approfittatene 🙂

Protagoniste assolute sono queste microcarotine, biologiche e a km zero come (quasi) tutta la verdura che compro. Non volevo tagliarle, quindi le ho cotte in forno, sigillate, con tanti aromi. So che vi sembra strano il fatto che io continui ad utilizzare il forno con questo caldo: in realtà per me è molto comodo. Lui fa, io studio, due stanze più in là. E no, non mangiamo in cucina, quindi non c’è problema. Buon fine settimana, io scappo in val trebbia!

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COSA SERVE (per 2):

  • una dozzina di micro carotine, con foglie
  • una zucchina
  • mezza cipolla
  • due cucchiai di uvette
  • timo (anche secco) e maggiorana (solo fresca)
  • olio evo, sciroppo d’acero, sale grosso (io uso il rosa dell’himalaya)
  • 140 g di cous cous (libera terra per me)
  • 140 g di acqua bollente
  • una spolverata di cannella
  • sale fino

COME SI FA:

Lavare le verdure, tagliare la zucchina a bastoncini lunghi circa 10 cm, tagliare la cipolla a spicchi.

Su una teglia rivestita di carta da forno, adagiare le verdure, condire con olio, un goccio di sciroppo d’acero, le uvette, le erbe aromatiche e qualche grano di sale grosso. Sigillate con carta stagnola carta da forno (meglio evitare l’utilizzo dell’alluminio) e cuocete a 200° per 20′.

In una terrina versate il cous cous, un cucchiaio d’olio, un pizzico di sale, la cannella e mescolate. Versate l’acqua bollente e coprite con un coperchio, facendo risposare per 5 minuti. Sgranate con una forchetta, dividetelo nei piatti e copritelo con le verdure e il condimento delle stesse.

NB mangiate le foglie delle carote: sono ottime! Attenzione alla parte più fibrosa, gli steli veri e propri, tra la carota e il ciuffo. Essendo duretti, vi consiglio di eliminarli con un colpo di forbice prima di servire.

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aperitivi, forneria, ricette

pizza power

ottima pizza bianca, niente da dire. Provatela. Non avete ancora ordinato il liquid smoke per preparare il facon? male. Malissimo. Vi state perdendo il ricordo dell’affumicato.

E io non dimentico.

Nota a margine: sì, ho usato della farina bianca per fare questa pizza. Sto cercando di smaltire tutti i rimasugli della dispensa prima dell’estate, per evitare sfarfallamenti molesti. Per inciso, questa l’avevo presa per fare il seitan per una cena benefit. Ho fatto un casino che non potete nemmeno immaginare: avendolo sempre fatto a partire dal preparato istantaneo e non mangiandolo praticamente mai, ho subito la ribellione del glutine stesso nei miei confronti. Molto meglio la pizza.

Nota a margine 2: va benissimo per dimenticare che Game of Thrones è finito.

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COSA SERVE (1 teglia 35×55)

400 g di farina di farro

100 g di semola di grano duro

1/4 di bustina di lievito secco

1 cucchiaino di malto o di zucchero di canna

sale, olio evo

circa 250 ml di acqua tiepida

200 ml di panna vegetale (tipo quella di mandorle)

1 cipolla

1 patata

1 zucchina

facon o finto bacon 

sale, pepe

COME SI FA:

Sciogliete il lievito in 50 ml di acqua tiepida con un cucchiaino di malto o zucchero di canna. Quando fa la schiuma è pronto (per velocizzare la cosa mettetelo al caldo, tipo sopra al bollitore). In una ciotola mescolate le farine, un cucchiaino di sale e qualche cucchiaio di olio. Versate l’acqua, mescolando bene, impastando prima con il cucchiaio e poi con le mani. Trasferite la pasta su una spianatoia, lavoratela continuamente spingendola con pugni e palmi finché non è liscia e morbida (aggiungete qualche goccia di acqua se serve, ma poca alla volta!). Vi si devono staccare le braccia, quindi forza.

Rimettetela nella ciotola, copritela con un panno umido e fate lievitare a temperatura ambiente fino al raddoppio. Poi, formate una palla leggermente unta e riponete in frigorifero per almeno 6 ore. Toglietela dal frigo 45 minuti prima di infornare.

Sbucciate la patata, tagliatela a fettine e lessatela (al dente). Tagliate la cipolla ad anelli. Grattugiate la zucchina (potete farlo anche direttamente sulla pizza, dopo).

Riprendete la pasta e trasferitela sulla spianatoia già spolverata di semola. La semola è importante perché dà croccantezza, specialmente ai bordi e sul fondo: non sottovalutatela! Lavoratela con le dita fino a ottenere un rettangolo della dimensione della teglia. Trasferite la pasta nella teglia.

Liberate il forno, accendetelo a 250° e mettete sul fondo un pentolino di acqua bollente (ovviamente non un pentolino dal manico in plastica, vero? stiamo parlando di acciaio e stop).

Versate la panna sul fondo della pizza, aggiungete sale e pepe, poi la cipolla, la patata e infine la zucchina. Infornate per 15 minuti (controllate ogni tanto). Togliete, mettete facon come se non ci fosse un domani e rimettete in forno per 5 minuti. Controllate che sotto sia ben cotta.

Tagliatela con le forbici e servitela con birra gelata.